Apporti Critici

Negli ultimi anni sono pochi gli artisti che con carta e pennello sottobraccio inseguono la propria ricerca. Uno, per fortuna è jesino e ha deciso di partire proprio dalla sua città.  Ritagli di carta dal formato quadrato, una scatolina con pennelli, inchiostri e bisogno di incontrare persone per mettersi in rete: un concetto che ormai non può e non deve sfuggire a nessuno. Da qui parte Andrea Silicati.

Fare rete ed entrare in una comunità è una nuova forza della società contemporanea che si carica di un potere spropositato nelle mani di tutti i nuovi social media. Si può facilmente rincontrare o conoscere persone d’oltreoceano, in pochi secondi ristabilire un contatto con chi non si sentiva oramai da anni e trovare su piattaforme digitali di ogni tipo, nuovi “amici” con i nostri stessi interessi, che parlano la nostra stessa lingua. La nuova grande community, in cui freme un nuovo spirito attivo, scalpitante, rombante, dove le ultime notizie arrivano prima e dove tutti sono pronti a condividere qualcosa di loro stessi.  Tutto questo nasconde naturalmente le sue lame affilate. Su questo riflette Andrea Silicati.

Questa grande nuova comunità non lo convince fino in fondo, il sacrificio richiesto per tessere questa rete veloce, istantanea e globale è troppo alto secondo l’artista. Non può accettare l’esclusione del rapporto umano diretto, non può concepire l’abbandono del contatto fisico ed empatico per costruire la sua rete. Il calore, l’odore e tutte le altre percezioni sensoriali di cui è capace il nostro corpo, Andrea Silicati non può proprio cederle al posto di una veloce, transoceanica, squillante rete sempre on line.

La sua community è tessuta sottovoce, è lenta, viaggia senza fibra ottica, si ferma in piazza, posta con tavolo e sedia e ha ancora bisogno di carta e pennello. Per questo l’artista jesino mette in piedi un vero e proprio progetto di “community empatica”, fuori da qualsiasi logica del virtuale, pronto a costruire un nuovo tessuto urbano fatto di persone reali. Per entrare a far parte di questa alternativa comunità sociale contemporanea non c’è bisogno di connettersi ma basta solo incontrare l’artista e trovarsi faccia a faccia con lui.

Bastano pochi minuti per stabilire un contatto con Andrea Silicati, il suo sguardo viaggia più veloce di qualsiasi adsl, e riesce a catturare quello che ancora nessun ritrovato tecnologico è riuscito a fare: l’anima delle persone. Tante piccole anime escono dai suoi incontri cercati in ogni punto della città (Jesi!), in momenti di aggregazione cittadina e tante piccole anime si mettono in rete sotto il tratto distintivo dell’artista. Linee sensibili, sapienti, tracciate secondo una sintesi visiva di grande interesse, andrebbero scritte come hashtag per far velocemente riconoscere la community di Silicati.

Nei suoi tratti sembrano rinascere le linee decise e taglienti dell’espressionismo tedesco-austriaco dei primi decenni del ‘900 (ricordiamoci di E. Schiele…) condizionate però dalla personalissima delicatezza dell’artista. Linee che graffiano ma non fanno male, linee che denudano ma senza alcun tipo di violenza solo con rispetto e riservo. Il suo segno grafico, lontano da qualsiasi accademismo, si rinnova ogni volta che incontra un volto e un sguardo pronti a impigliarsi nella sua rete. La relazione umana reale viene recuperata, la missione è riuscita.

I ritratti di Andrea Silicati ci assicurano il risveglio dal virtuale e innescano quel piacevole gioco di riconoscimento e ricerca di chi come noi ha deciso di farsi catturare. L’azione dell’artista non termina però fino a quando non riesce a raccogliere tutte le sue creature in un’unica grande installazione composta dal numero di ritratti che si è posto di raggiungere, per dar vita ad una grande piattaforma capace di cavare lo spirito più vero di una comunità reale identificata da un territorio. Allora eccoli discutere, confrontarsi tutti insieme i 999 protagonisti dell’azione artistica jesina (magari la prossima azione si dirigerà altrove…) di Andrea Silicati, in un unico ambiente, raccolti, messi in rete senza cavi ma da una sensibilità e capacità artistica.

Perchè 999? Se scattasse la decina sembrerebbe che qualcosa si sia concluso. L’operazione di Andrea Silicati essendo vita vera non si concluderà mai.

Prima di raccontare l’artista Andrea Silicati soffermiamoci per un istante sul suo corpo che, come tutti gli altri sembianti, ci parlano senza parole. Andrea è un giovane pittore, minuto e ferroso, magro e muscoloso, tutto concentrato e racchiuso nel suo corpo, esprime, o fa pensare, a un carattere testardo, ostinato, ma invece si dovrebbe dire determinato nel perseguire una sua idea di perfezione, assorto nella disciplina dei gesti, nella conoscenza scientifica della materia che tratta sia essa carta, inchiostro, pennello, luce, ombre. Come se tutta la sua vita e il suo corpo fossero, quando dipinge, lì su quel foglio per creare un evento di pura energia.

Già lo suggeriva il Maestro: “…Osserva per dieci anni il bambù, fatti bambù tu stesso, poi dimentica tutto e dipingi…” (da “Lo Zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel). Questa è stata l’estrema disciplina di Silicati nei suoi lunghi anni di apprendistato: dopo l’Accademia di Belle Arti di Macerata, torna nella sua Jesi, presenta alcuni lavori nelle gallerie marchigiane, insegue una purezza essenziale, una qualità del segno, ma non è soddisfatto, continua a studiare. Ricorda: “Un giorno capii che dovevo frugare dentro di me, non perdermi fuori”, così si chiude nel suo studio e per sette anni si concentra solo nella ricerca del suo “semeion”, il suo segno pittorico. Apprende l’arte della incisione dal maestro Magdalo Mussio, studia, ricerca. E’ pervaso da un furore calmo, come una predestinazione, può solo andare avanti, vuole far parlare e danzare le setole intrise d’inchiostro. In un’ostinazione da calligrafo giapponese si piega su quel piccolo palcoscenico che è il foglio di carta bianca e mese dopo mese, anno dopo anno, il foglio si anima, diventa un suo personale teatro kabuki, ideogrammi splendenti prendono il volo. E il segno, prima nella mente, poi nel braccio, nel polso, scende fluido e perfetto, quasi implacabile dentro la mano-pennello.

Ora, dopo i sette anni zen, Silicati si sente pronto. Esce dal suo studio e osserva, gira invisibile tra i corpi, annota i volti, le espressioni, le caratteristiche somatiche, viaggia nel viso degli altri, ne percepisce le rughe, il segno inconfondibile, la cifra. Nel 2013 si fa pittore dal vivo, esce per sempre dal suo ritiro di amanuense e decide di stare tra la gente, come un’artista di strada, come un mistico pellegrino. Nasce il piccolo scrivano jesino: si colloca sulla pubblica via e ritrae i tanti curiosi di sé. Ha un suo tavolino quadrato, in bell’ordine: fogli, cartoncini, pennello, inchiostro, penna nera. Si mette in gioco con l’altro: si piazza fermo sulle gambe con il foglio su cartoncino rigido tenuto a mezz’aria, e tra lui, pittore di via e il soggetto nasce un rapporto di sguardi, di messa a nudo. Silicati osserva, fissa il viso e poi lo ritrae con pochi gesti, pochi segni, ombre, senza ritocchi, ne’ ripensamenti, ne scaturisce una foto liquida in bianco e nero, un ritratto essenziale, mai caricaturale, un’anima colta al volo. È una danza Butoh su carta, minuta performance pittorica.

Nel 2013 è alla Casa degli Artisti di Fossombrone e compone un mosaico di istantanee, un suo “Diario di un evento” (molti “schizzi” pubblicati su: “Il Parco Museo di Sant’Anna del Furlo”, Aras Edzioni), nel 2014 si sfida nella mostra “Faccia a Faccia -Jesi in 999 ritratti”. L’artista fattosi nomade gira per la sua città, ma anche nelle case, e coglie i volti, le espressioni, poi li ricompone in un puzzle di carne e inchiostro come un unico panorama umano. Ora che ha l’arte nelle vene, la può dimenticare.

Andrea Silicati, pittore, inventa una propria tecnica personalissima per evadere dalla prigione della tradizione. Usa il contagocce per distillare lacrime cromatiche sulla carta giapponese che abitualmente viene adoperata per il restauro. Ma non vi è nulla a che vedere con il tachisme, quanto invece una rivisitazione originale della figurazione che assume toni imprevisti. Infatti le carte montate a strati su tela restano tali con il loro trasudato colore, con la loro sottile percezione grafica, quasi una memoria che vaga tra pittura e disegno. Una pittura non pittura, un segno disfatto, irregolare e per questo interessante, proprio perchè la classicità dei corpi ricamati d’intensità rosse, verdi, gialle e blu risulta da un lavoro in cui la variabile temporale riappare come contenuto concettuale, non come tradizione del dipingere e del ritirarsi (da mondo).

La pittura recente si alleggerisce, perde peso specifico, scivola tra misteriosi galleggiamenti e sospensioni aeree della materia formale. Sia chiaro, non si tratta di sottrazione del senso e dei valori concettuali, al contrario il diradarsi gestisce il contenuto attraverso un (di)segno dai modi più liquidi o gassosi. Accade ormai di frequente che gli approcci al dipingere dialoghino con la natura primaria del disegno, con quel modello perimetrale che esalta le superfici lungo la pura dimensione del vuoto (ricreato con il bianco o qualsiasi monocromia del fondale). Era da tempo che pittura e disegno non tessevano un dialogo così empatico, fatto di esili distanze che si trasformano in armonia filologica dei linguaggi. Scompare la vecchia dicotomia tra due modelli espressivi che invece si appartengono per natura atavica. Oggi lo scheletro del disegno entra nel sistema muscolare della pittura, alimentando la circolazione energetica delle varie figurazioni.